Il trasporto di merci su strada in Spagna sta vivendo innumerevoli contrasti in questo 2026. Secondo le previsioni dell’Associazione del Trasporto Internazionale su Strada (Astic), il settore crescerà del 3% quest’anno, trainato dalla domanda interna, dall’attività industriale e dai consumi. Un dato incoraggiante rispetto al “molto moderato” 0,9% del 2025, che ha reso questo esercizio un “anno cerniera” in cui il traffico nazionale guadagnerà terreno su quello internazionale. Tuttavia, sotto questa apparente euforia si nascondono crepe strutturali che minacciano di trasformare l’ottimismo in una chimera.
Perché la crescita prevista si scontra frontalmente con una realtà demografica inesorabile: la carenza di autisti professionali. Il settore sconta un deficit che, secondo la Confederazione Spagnola del Trasporto Merci (CETM), supera già i 30.000 posti vacanti in Spagna. E il problema, lungi dal risolversi, si aggrava. L’età media del conducente supera i 55 anni in più della metà dei casi, il che preannuncia un’ondata di pensionamenti massicci nei prossimi anni.
Come avverte Filippo Welter, direttore di Eurowag Spagna, “la situazione è molto critica”. Se non si porrà rimedio, le previsioni indicano che entro il 2028 potrebbero mancare fino a 116.000 autisti nel nostro Paese. Un autentico suicidio per un’attività che muove il 96% delle merci all’interno del territorio nazionale.
Perché i giovani non vogliono salire su un camion? Le ragioni sono molteplici e complesse. La professione ha cessato di essere attraente per le nuove generazioni: orari interminabili, difficoltà nel conciliare la vita personale e familiare e un costo di formazione elevato che può superare i 3.000 euro. A ciò si aggiunge che, nonostante gli stipendi competitivi, la percentuale di autisti giovani nel trasporto merci è residuale, appena il 6%, e la presenza femminile non raggiunge nemmeno il 2%.
Il Ministro dei Trasporti e il Segretario Generale per il Trasporto Terrestre hanno promosso il Piano Auto Plus e aiuti come il ‘Piano Reconduce’ per l’ottenimento delle patenti. Ma una linea di mezzo milione di euro che giova a soli 160 persone risulta, per lo meno, insufficiente per affrontare un problema di questa portata.
A questa crisi di ricambio generazionale si aggiungono altri fronti che mettono a dura prova la redditività del settore. Il carburante, che rappresenta più di un terzo dei costi operativi, ha subito un incremento del 30% nell’Unione Europea a causa del conflitto in Medio Oriente. A ciò si aggiunge la volatilità dei prezzi dell’energia, l’aumento di assicurazioni, pedaggi e manutenzione, e gli oneri derivanti dalle politiche climatiche del Green New Deal e del Fit-for-55.
La transizione energetica, sebbene necessaria, impone costi aggiuntivi che, per una flotta di 100 veicoli, potrebbero raggiungere tra 875.000 e 1,2 milioni di euro all’anno con l’introduzione dell’ETS II. Uno scenario che, come sottolinea Astic, si verifica in un contesto di “elevata concorrenza” e margini di profitto “sempre più ristretti”.
Il 2026 si presenta, quindi, come un anno di opportunità e di urgenze. La crescita del 3% prevista da Astic è un salvagente, ma non deve nascondere le debolezze di un settore strategico per l’economia spagnola. La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale per l’ottimizzazione dei percorsi e la consolidazione aziendale — con 62 operazioni di fusioni e acquisizioni registrate nel 2025 — sono strumenti che possono aiutare a guadagnare efficienza. Ma senza autisti, senza un ricambio generazionale che mantenga vivo il polso della strada, tutto questo impianto tecnologico e finanziario si reggerà su sabbia mobile. Come avverte l’IRU, “l’economia, la mobilità sociale e il piano climatico dell’Europa si fermeranno senza autisti”. La sfida non è solo del settore, è di tutti.
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