Il facile “clic” dell’e-commerce nasconde una fattura da milioni di euro che pochi consumatori vedono.
In Spagna, dove quasi il 18% degli acquisti online finisce in reso (e fino al 40% nella moda), le aziende affrontano un problema strutturale: gestire un reso costa tra i 10 e i 20 dollari per prodotto, il che può arrivare a rappresentare il 66% del valore di un capo a basso costo.
Lungi dall’essere un semplice fastidio logistico, i resi di massa stanno erodendo i margini di profitto fino al 30% nelle vendite digitali e stanno costringendo giganti come Inditex o Amazon a chiedersi se possono continuare a sostenere il modello “tutto gratuito” che per anni hanno venduto come un marchio di fabbrica.
La pratica del “bracketing” — comprare più taglie dello stesso modello per provarle a casa e restituire quelle che non vanno bene — è diventata il più grande grattacapo per i rivenditori di moda. Ciò che per l’acquirente è comodità, per l’azienda è un disastro operativo: doppio trasporto, ispezione manuale, riconfezionamento, perdita di valore commerciale e, nel caso del fast fashion, il rischio che l’articolo sia già fuori stagione prima di tornare al magazzino.
Il risultato è un sistema insostenibile in cui molti marchi finiscono per perdere denaro anche quando riescono a rivendere il prodotto.
Inditex, il gigante spagnolo dietro Zara, è stato uno dei primi a fare un passo deciso. Nel 2023 ha iniziato a far pagare 1,95 euro per i resi effettuati tramite corriere, anche se mantiene la gratuità se il reso avviene in un negozio fisico.
La decisione non è da poco: dietro ci sono centinaia di milioni di euro di costi logistici annuali. E non è il solo. Amazon, che gestisce milioni di resi al giorno, è arrivata a distruggere interi prodotti quando il costo di riconfezionamento supera il loro valore, il che ha già fatto scattare tutti gli allarmi normativi e ambientali in Europa.
Il paradosso più sorprendente di questa crisi è che sta riportando i negozi fisici al centro dell’attenzione. Molte catene stanno trasformando i loro locali in punti di reso e ritiro degli ordini online, riducendo così i costi della logistica inversa e aumentando il traffico di clienti nel commercio tradizionale. È un modello ibrido che suona nostalgico, ma che risponde a una realtà economica brutale: il costo di spedire un prodotto due volte (andata e ritorno) si sta rivelando più alto che tenere aperto un negozio dove il cliente può provare e decidere sul posto.
Il messaggio per il consumatore spagnolo è chiaro: il regno dei resi gratuiti e illimitati volge al termine. Sempre più rivenditori introducono tariffe, periodi di reso più brevi o addirittura restrizioni per chi abusa del sistema. Perché la vera sfida dell’e-commerce non è più vendere un prodotto online, ma gestire ciò che accade quando il cliente, dal divano di casa sua, decide che non lo vuole più. E quel costo, finora invisibile, inizia a riflettersi nei caratteri piccoli di ogni ordine.
Ogni volta che un cliente restituisce una maglietta comprata su internet, il settore dei trasporti sostiene il costo di un viaggio di ritorno che non era previsto nell’attività originale.
Questo fenomeno, noto come “logistica inversa”, sta saturando le reti di corriere in Spagna: i vettori devono gestire flussi di merci in direzione opposta, duplicando percorsi, tempi di movimentazione e spazi nei furgoni.
Quella che sembrava una semplice restituzione gratuita per il consumatore si traduce in migliaia di tragitti aggiuntivi al giorno, con camion semivuoti che attraversano il paese per ritirare pacchi che non erano più voluti. Per le aziende di consegna, ogni reso implica un secondo processo di ritiro, etichettatura, smistamento nei magazzini hub e reimmissione nella rete, il tutto con margini logistici che, nell’e-commerce a basso costo, rasentano l’inviabilità economica.
Il problema si aggrava quando il prodotto restituito non può essere rivenduto direttamente. In molti casi, specialmente nel fast fashion o nell’elettronica di basso valore, i capi devono essere trasferiti a centri di riconfezionamento, magazzini di liquidazione o persino a impianti di riciclaggio o distruzione.
Ciò genera un terzo o quarto viaggio, moltiplicando l’impronta di carbonio e i costi operativi per vettori e rivenditori. Inoltre, la pressione di termini di reso sempre più brevi obbliga le aziende di corriere a dare priorità a questi ritiri rispetto ad altre consegne più redditizie. Il risultato è un settore dei trasporti intrappolato tra l’esigenza di immediatezza del consumatore online e la dura realtà che restituire un prodotto da 10 euro può costare di più in carburante e manodopera di quanto sia mai stato pagato per esso.
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