Sussurri sull’asfalto: I fantasmi della strada che guidano i camionisti della Transilvania

by Marisela Presa

Il bagaglio invisibile.
Oltre al carico, i camionisti che solcano la notte romena trasportano un patrimonio di leggende. Sono storie di nebbia e ammonimento, dove i fantasmi non spaventano, ma proteggono l’autista solitario dai pericoli reali della strada e dalla sua stessa fatica.

Sotto il manto della notte, quando le strade della Romania si svuotano e solo il costante ronzio del motore accompagna la solitudine, i camionisti, quei moderni viaggiatori dell’eterno, tessono con le loro voci stanche una mappa diversa da quella degli atlanti. Una mappa popolata da ombre e ammonimenti, dove ogni curva stretta in Transilvania custodisce un’eco, e ogni nebbia fitta può nascondere una storia.
Nelle aree di sosta, tra il fumo del caffè e il vapore che sfugge dal thermos, la conversazione prima o poi deriva verso ciò che si muove al di là dell’asfalto. Ed è lì che sorge, con rispetto, la leggenda del Fantasma della Transfăgărășan. Tutti conoscono la strada, la DN7C, un taglio serpeggiante e superbo sui monti Făgăraș, una sfida per il migliore degli autisti sotto il sole. Ma in inverno, quando la neve la chiude al mondo, si dice che il suo dominio sia reclamato da Cel Fără Cap, il Senza Testa. La storia parla di un uomo come loro, un autista della vecchia scuola, che guidava un pesante camion DAC rumeno negli anni ottanta. Una curva insidiosa, una distrazione, e una fine tragica che legò il suo spirito al freddo e al granito della montagna. Coloro che affermano di averlo visto – sempre in notti in cui la nebbia si confonde con l’anima – descrivono un’apparizione che agghiaccia: i fari di un camion fantasma, spenti ma con un tenue bagliore nella cabina, che si materializza nello specchietto retrovisore. Si appiccica al tuo veicolo con un’insistenza silenziosa, accompagnandoti nella salita, finché non arrivi a quella curva, la più temuta. Poi, quando volgi lo sguardo allo specchietto… la strada è vuota. Non è un’apparizione d’odio, concordano i veterani abbassando la voce. È un guardiano fatale. La sua presenza è un sussurro di catrame e nostalgia: “Non accelerare. Fai attenzione a questo passo. Questa curva ha già preso me”. La sua ripetizione eterna dell’incidente non è uno spettacolo, ma la lezione più dura incisa nella memoria collettiva della strada.
E se scendi dalle cime verso i valichi di montagna, verso il leggendario Passo Tihuța o i solitari domini di Bârgău, un’altra leggenda aspetta, più antica ma adottata con fervore da questi uomini delle ruote. È quella della Dama Bianca, la Doamna Albă. Non appare a chiunque, solo all’autista che combatte contro il suo peggior nemico: il sonno profondo nato dalla solitudine e dalle lunghe ore. La vedi sul ciglio della strada, una figura spettrale e immobile vestita di bianco, che fa un cenno quasi impercettibile. La regola d’oro dice: “Non fermarti mai”. Ma alcuni, mossi da una compassione istintiva o da una sfida alla propria paura, frenano. Lei sale senza una parola, si accomoda sul sedile del passeggero e fissa lo sguardo nell’oscurità del parabrezza. Non parla. Non respira. Esiste soltanto, un freddo palpabile che riempie la cabina. Dopo qualche chilometro, semplicemente svanisce, come se la nebbia fuori la reclamasse. Ed ecco il mistero che trasforma lo spavento in reverenza: nell’istante in cui scompare, tutto il peso della fatica evapora. Il corpo diventa leggero, la mente si schiarisce in uno stato di allerta soprannaturale che accompagna fino alla fine del viaggio. I più anziani lo spiegano con una saggezza che trascende la paura: “Lei non è un demone. È lo spirito di quelle che hanno atteso invano, delle donne che persero i loro uomini su questi cigli della strada. Ti mette alla prova. Se ti fermi per bontà, per un resto di umanità in questa notte spietata, lei ti ricompensa donandoti il dono della lucidità. Ti guida affinché tu arrivi a casa, a differenza di colui che lei attese per sempre. Ma se la tua intenzione nello fermarti era impura… quella risposta è meglio lasciarla nella nebbia”.
Queste storie, scambiate come monete di valore nella fratellanza della strada, non sono semplici superstizioni. Sono il faro che avverte del pericolo reale del vertigine e del ghiaccio; sono la compagnia che spezza la solitudine di centinaia di chilometri; e, soprattutto, sono il filo che unisce l’uomo moderno, rinchiuso nella sua cabina di tecnologia, al paesaggio ancestrale romeno, un territorio dove il soprannaturale non morì mai, si è solo adattato. Quindi, la prossima volta che i fari di un camion rumeno squarciano la notte su una strada lontana, ricorda. Il suo autista non trasporta solo merci. Porta con sé un bagaglio invisibile di leggende, un archivio di sussurri contro il vetro e di ammonimenti spettrali, erede diretto degli antichi poveștitori che, accanto al fuoco, popolavano di miti gli oscuri monti della Transilvania.

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